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LEGGE ECOREATI: Come cambiano i modelli di gestione del rischio ambientale


Scopo

La finalità del presente approfondimento è relativa alla presentazione di una proposta di studio finalizzata ad indagare i cambiamenti che dovranno essere apportati al modello organizzativo ex Decreto Legislativo 231/2001 a seguito della recente introduzione nel nostro ordinamento della Legge 68/2015 in materia di reati ambientali.

Obiettivi

L’obiettivo posto è quello di evidenziare gli aspetti di maggiore rilevanza connessi alle modifiche che devono essere apportate al modello organizzativo 231 a seguito dell’introduzione di elementi di responsabilità para-penale dell’impresa di aspetti di natura ambientale.

Di conseguenza, si rende necessario elaborare nuovi strumenti  che consentano agli operatori di avere un supporto nella gestione del rischio di commissione del reato e nella comunicazione dei risultati ottenuti nel contesto di riferimento.

Questo alla luce della rilevanza dell’integrazione nella governance aziendale della corporate sustainability ribadita dalla direttiva 2014/95/Ue che ha introdotto per alcuni tipi di imprese l’obbligo di pubblicazione dell’informativa di carattere non finanziario già a partire dall’esercizio avente inizio il 1 gennaio 2016.

Analisi normativa

La legge 22/05/2015 n.68 “Disposizioni in materia di delitti contro lambiente” introduce nell'ordinamento nuove fattispecie di reati ambientali che coinvolgono la responsabilità della persona giuridica prevista ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001.

Il conseguente ampliamento dei reati determina non solo l’esigenza di intervenire con misure di modifica/aggiornamento del modello organizzativo aziendale ma anche la necessità di revisionare le modalità e gli strumenti del rischio di commissione del reato.

Come cambia la tutela dell’ambiente

Prima dell’entrata in vigore della legge 68/2015 il reato di inquinamento ambientale era disciplinato nel Decreto Legislativo 152/2006 “Testo Unico sull'ambiente”.

I comportamenti oggetto di sanzione erano inerenti alla violazione di norme di natura tecnica, provvedimenti amministrativi nonché di valori soglia predeterminati. Si sanzionava dunque la condotta prodromica all'inquinamento senza esaminare la significatività del singolo evento.

La nozione di ambiente rilevante ai fini della normativa era circoscritta alle matrici ambientali rappresentate da suolo, sottosuolo e falda e le sanzioni riguardavano ipotesi di reato contravvenzionale.

La legge 68/2015 ha introdotto nel codice penale un autonomo titolo, il Titolo VI-bis, relativo ai delitti contro l’ambiente.

Il legislatore ha inteso definire nuove fattispecie di delitto secondo un’intensità crescente così da coprire diversi tipi di danni all'ambiente, determinandone una maggiore tutela qualitativa nella sua dignità di bene giuridico.

Vengono introdotti i concetti di danno e di pericolo concreto quali parametri per la valutazione ed eventuale estinzione delle contravvenzioni minori qualora gli effetti della violazione siano rimossi mediante l’esecuzione di operazioni bonifica.

Infine, viene introdotta l’ipotesi di confisca per equivalente e la possibilità del ravvedimento operoso.

Le nuove fattispecie di reato

Lart. 1 della legge 68/2015 che ha introdotto il Titolo VI-bis “Dei delitti contro lambiente” prevede le seguenti nuove fattispecie delittuose:

  1. Inquinamento ambientale (art. 452-bis c.p), previsto anche nella forma colposa e qualora levento descritto nella norma ponga il bene ambiente in concreto;
  2. Morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale (art. 453-ter c.p.);
  3. Disastro ambientale (art. 452-quater c.p.), previsto non solo dolosa ma anche nella forma colposa, qualora levento ponga il bene ambiente in concreto pericolo;
  4. Traffico ed abbandono di materiale ad alta radioattività (art. 452-sexies c.p.);
  5. Impedimento del controllo (art. 452-septies c.p.);
  6. Omessa bonifica (art. 452-terdecies c.p.) 

I reati previsti ex art. 452-bis, art. 452-quater, art. 452-sexies c.p. costituiscono reati presupposto della responsabilità amministrativa ex D.Lgs 231/2001.

Il reato di inquinamento ambientale

La pena prevista per questo reato è la reclusione da due a sei anni ed una multa da euro 10.000 a euro 100.000 per chiunque cagioni abusivamente una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili:

  • delle acque o dell’aria o di porzioni estese e significative del suolo o del sottosuolo;
  • di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora e delle fauna.

La significatività è rimessa alla valutazione del giudice che dovrà verificare caso per caso la presenza di tale requisito sia in termini di estensione della compromissione sia in termini della percentuale di agenti inquinanti presenti nella matrice ambientale.

In merito alla valutazione della misurabilità, il giudice dovrà necessariamente effettuare una comparazione fra lo stato del luogo prima che si verificasse levento inquinante e lo stato del luogo ex post evento dannoso.

Tale fattispecie di reato si trova ad un livello intermedio fra le ipotesi contravvenzionali disciplinate dal Decreto Legislativo 152/2006 e la fattispecie delittuosa più grave del disastro ambientale.

Il distacco rispetto al concetto di danno ambientale disciplinato nel Testo Unico dell’Ambiente è evidente nella maggiore apertura dell’oggetto del contendere e nel fatto che la compromissione ed il deterioramento rilevante non possano consistere nel mero superamento di valori soglia indicati nel Decreto Legislativo 152/2006 già oggetto di autonoma sanzione contravvenzionale.

Ove in relazione a tale reato, ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001, venisse accertata anche la responsabilità dell’ente, a quest’ultimo sarà applicabile una sanzione pecuniaria da 250 a 600 quote oltre all’applicazione delle sanzioni interdittive previste dall’art. 9[1] da applicare per un periodo non superiore ad un anno.

Il reato di disastro ambientale

Chiunque cagioni abusivamente un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni.

Il concetto di disastro ambientale è definito come:

  • alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema;
  • alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali;
  • l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della  compromissione o dei suoi effetti lesivi o per il numero delle persone offese o esposte a pericolo.;

Gli elementi sono tra loro alternativi.

Lo scopo del legislatore è stato quello di comprendere nella fattispecie del delitto di disastro ambientale eventi di danno che difficilmente saranno reversibili o comunque potranno essere reversibili in un ciclo temporale talmente ampio da non essere rapportabile con le categorie dell’agire umano.

Nel caso in cui le fattispecie di inquinamento o di disastro ambientale interessino aree tutelate o provochino un danno per specie animali e/o vegetali protette le pene sono aumentate fino ad un terzo.

All’ente condannato per la violazione dell’art. 452-quater c.p. potrà essere applicata una sanzione pecuniaria da 400 a 800 quote oltre alle sanzioni interdittive previste dall’art. 9 del Decreto Legislativo 231/2001

Intervento colposo

Se taluno dei fatti di cui agli art.452-bis e 452-quater c.p. è commesso con colpa, le pene previste sono diminuite da un terzo a due terzi.  Per le sole fattispecie colpose di disastro ambientale ed inquinamento ambientale è attratta all’orbita del Decreto Legislativo. 231/2001 la riduzione della pena di un ulteriore terzo prevista dall’art.  452-quinquies c.p. . L’applicazione di tale articolo, con effetti anche sulla responsabilità corporativa degli enti ex Decreto Legislativo 231/2001, vale anche nei casi in cui dalla condotta del soggetto agente derivi solo il pericolo di inquinamento o di disastro ambientale, senza che si sia effettivamente verificato un danno.

La sanzione pecuniaria applicabile in questi casi agli enti ritenuti responsabili varia da 200 a 500 quote.

Traffico ed abbandono di materiale radioattivo

La norma punisce con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 10.000 a 50.000 euro – salvo che il fatto costituisca più grave reato – chiunque abusivamente ceda, acquisti, riceva, trasporti, importi, esporti, procuri ad altri, detenga, trasferisca, abbandoni o si liberi illegittimamente di materiale ad alta radioattività.

La pena aumenta nel caso in cui con il compimento di tali atti si determini un pericolo di compromissione o deterioramento dell’ambiente.

All’ente che sarà ritenuto responsabile della commissione di tale delitto sarà applicabile una sanzione pecuniaria da 250 a 600 quote.

La punibilità dell’ente è estesa anche alle ipotesi aggravanti previste dall’art. 452-octies c.p.[2] che contempla un aumento delle sanzioni previste dall’art. 416 c.p. - Associazione per delinquere[3] - laddove lassociazione sia finalizzata, in via esclusiva o prevalente, al compimento di un ecoreato.

In questo caso la sanzione applicabile all’ente coinvolto sarà da 300 a 1000 quote.

Sanzioni interdittive

All'art. 25-undecies del D.Lgs 231/2001[4] è stato aggiunto il comma 1-bis al fine di collegare le sanzioni pecuniarie già elencate con quelle interdittive previste dall’art.  9.

In caso di condanna per i reati di inquinamento ambientale e disastro ambientale lente sarà esposto all’applicazione delle seguenti sanzioni:

  • interdizione dall’esercizio dell’attività;
  • sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze, concessioni funzionali alla commissione dell’illecito;
  • divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere la prestazione di un pubblico servizio;
  • esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi, sussidi ed eventuale revoca di quelli già concessi, divieto di pubblicizzare beni e servizi.

Gli effetti sul modello organizzativo ex 231/2001

Il Modello Organizzativo, al fine di prevenire la commissione delle nuove fattispecie di reato, dovrà garantire non più e non solo la conformità «formale» alla regola amministrativa, ma anche e soprattutto la protezione e tutela nel tempo del «bene ambiente» dal punto di vista «sostanziale».

Lesistenza di un sistema di gestione ambientale può rivelarsi utile ai fini del corretto svolgimento di attività di risk assessment finalizzate ad identificare le principali aree/funzioni aziendali a rischio reato, al fine di valutare e gestire fenomeni di inquinamento/disastro ambientale in grado di produrre conseguenze negative sullo svolgimento delle attività operative.

Leventuale adesione da parte dell’ente a standard di certificazione del sistema qualità di gestione ambientale ISO 14001 può agevolare l’attività di costruzione del modello organizzativo 231, soprattutto alla luce delle recente revisione degli standard ISO verso un approccio olistico alla gestione del rischio.

Il nuovo processo di certificazione ISO 14001:2015 richiede all’organizzazione di sviluppare un processo nuovo orientato in tre fasi principali:

  • lidentificazione nel complesso delle parti interessate di quelle rilevanti per il proprio SGA (sistema di gestione ambientale);
  • lidentificazione e lanalisi dei bisogni e delle aspettative al fine di identificare quelle rilevanti per le parti interessate;
  • la scelta di quali fra questi bisogni ed aspettative rilevanti, la stessa organizzazione elegga a compliance obligations del sistema ovvero a requisiti da rispettare perché il SGA possa considerarsi conforme alla norma e quindi meritevole di ottenere/mantenere il riconoscimento della certificazione ambientale ai sensi della ISO[5] 14001:2015.

Compliance obligations

Con il termine compliance obligations lo standard ISO 14001:2015 identifica i requisiti che unorganizzazione deve o sceglie di rispettare.

Lespressione è comprensiva di tutte le prescrizioni a cui un organizzazione sceglie di uniformarsi al fine di essere valutata conforme allo standard, pertanto include:

  • sia i requisiti legislativi connessi al rispetto della normativa ambientale applicabile;
  • sia gli impegni ambientali volontari che unorganizzazione decide di sottoscrivere nell’ambito, ad esempio, di accordi sindacali o contrattuali, adesione a codici etici o altre preiscrizioni.

Nel contesto di un complessivo inasprimento delle pene relative a reati in materia ambientale diventa, dunque, importante definire regole di condotta ad hoc al fine di prevenire ed impedire la manifestazione del reato, da eleggere a compliance obligations della stessa organizzazione.

Per questo nel modello organizzativo 231 devono essere inseriti i principi e le procedure a cui i componenti aziendali, consulenti e soggetti terzi devono uniformarsi al fine di assicurare una corretta applicazione dei protocolli di prevenzione in materia ambientale. Compete all’Organismo di Vigilanza (ODV) effettuare un controllo in merito sulla corretta diffusione ed applicazione degli stessi.

Il codice etico deve riassumere la cultura aziendale in materia di approccio al rischio ambientale e deve rivestire una funzione precettiva causa lestrema variabilità delle fattispecie normative e regolamentari in materia.

A titolo meramente esemplificativo e non esaustivo possiamo elencare alcuni principi di comportamento che suggeriamo di inserire nel modello organizzativo 231 per la prevenzione di reati ambientali[6]:

  • abbandonare in modo incontrollato rifiuti nell’ambiente  ovvero immettere rifiuti allo stato solido e/o liquido nelle acque superficiali e /o sommerse;
  • prevedere il divieto di porre in essere condotte finalizzate alla violazione delle prescrizioni in materia di gestione dei rifiuti, fonti emissive e scarichi di acque reflue industriali contenenti sostanze pericolose;
  • falsificare, alterare i certificati di analisi dei rifiuti inserendo informazioni non corrette e/o veritiere sulla composizione e caratteristico chimiche e fisiche degli stessi.

Diviene molto importante inserire fra i principi generali di comportamento a tutela della manifestazione del delitto ambientale l’obbligo di prevedere, al verificarsi di un potenziale evento di contaminazione di un sito ambientale, l’implementazione di procedure di messa in sicurezza e bonifica nonché l’attivazione contestuale di piani di gestione della crisi e di canali di comunicazione ad hoc con le autorità competenti.

L’intento del legislatore, nell’ambito delle riforma in materia di reati ambientali, è quello di tutelare in primis il ripristino dello stato di salute del bene ambiente, pertanto, viene valorizzata in diverse forme l’attivazione da parte dei soggetti inquinanti di condotte riparatorie del danno, imponendo alle organizzazioni di scegliere fra l’adesione ad una condotta premiante, che porta con sé sicuramente benefici ma anche costi più elevati, ed una piena applicazione delle sanzioni.

È prevista la riduzione della pena edittale dalla metà a due terzi per chi provveda concretamente all’effettuazione di misure di bonifica e ripristino prima dell’apertura del dibattimento di primo grado.

Viene assicurata la possibilità di accedere ad una sospensione del dibattimento, su istanza di parte, per un massimo di 3 anni, nel caso in cui venga dato avvio ad un piano di implementazione di interventi riparatori.

L’applicazione della sanzione accessoria relativa alla confisca e destinazione dei beni confiscati alla bonifica, viene sospesa nel caso in cui l’impresa attivi prontamente piani di bonifica e ripristino dello stato dei luoghi.

Tutto ciò, rende necessario prevedere fra i principi di comportamento da elencare nel modello organizzativo 231 obblighi di condotta da parte di tutti i dipendenti orientati a favorire, anche in presenza di un presunto pericolo di inquinamento ambientale, la pronta attivazione di piani di intervento.

Risulta molto rilevante la previsione fra i principi di comportamento del modello organizzativo 231 del divieto di porre in essere condotte finalizzate a falsificare le comunicazioni ambientali verso la pubblica amministrazione, nonché, la violazione degli obblighi di comunicazione e di tenuta dei registri obbligatori.

Tali principi assumono ulteriore valore alla luce del disposto della direttiva 2014/95/UE del 22 ottobre 2014, che introduce, per le aziende europee di grandi dimensioni, l’obbligo alla pubblicazione dal 2017 nei propri bilanci di esercizio di informazioni su aspetti di natura non finanziaria legati alle performance socio-ambientali[7].

Le aziende saranno dunque tenute a descrivere le politiche adottate, le performance raggiunte, l’impatto della loro attività sull’ambiente e sulla società con particolare riferimento ai dipendenti, al rispetto dei diritti umani, all’anticorruzione ed all’osservanza dei criteri di composizione in merito alle prescrizioni in materia di criteri di diversity circa la composizione degli organi apicali[8]

Il comportamento comply or explain dovrà essere tenuto non solo in riferimento alle politiche adottate ma anche in relazione ai risultati prodotti dalle stesse. Di conseguenza, diviene importante prevedere nel modello organizzativo 231 l’attivazione di specifici divieti alla messa in atto di condotte finalizzate ad opacizzare ed ostacolare il processo di comunicazione aziendale interno ed esterno[9].

L’Organismo di Vigilanza dovrà, al contrario, stimolare la costituzione di sistemi interni di segnalazione delle violazioni  (whistleblowing) utilizzabili in completo anonimato da parte dei dipendenti per segnalazione di comportamenti contrari alla legge e alle procedure interne, nonché stimolare i responsabili di linea ad integrare il sistema informativo per consentire un rapido riconoscimento delle voci di costo relative alle spese ed agli investimenti aziendali al fine di agevolare la comunicazione di questi valori nel contesto aziendale e facilitarne il controllo.

La valutazione dell’efficacia del modello

La definizione dei principi a cui orientare le condotte e la cultura in materia di tutela dell’ambiente rappresenta un passaggio fondamentale per la conduzione, all’interno dell’organizzazione, dell’analisi finalizzata all’individuazione delle aree di rischio connesse ad aspetti ambientali e alle compliance obligations.

I rischi ambientali, infatti, possono derivare non solo dalle possibili modifiche e ripercussioni dell’attività aziendale nell’ambiente fisico e naturale ma anche da una violazione di un disposto normativo con conseguente comminazione di una sanzione o ancora dal mancato soddisfacimento di un’istanza di uno stakeholder che potrà generare un rischio strategico nella forma di una potenziale perdita di competitività o di un’opportunità commerciale[10].

La rilettura degli aspetti ambientali in chiave di rischio deve avvenire nell’ambito di un processo che preveda la definizione a priori di obiettivi di miglioramento misurabili secondo logiche preventive/cautelari.

A tale fine, è utile individuare indicatori di monitoraggio che siano in grado di descrivere quanto il sistema di gestione ambientale sia in linea con i principi generali definiti nel modello organizzativo 231, principi che devono orientare i comportamenti aziendali al fine di ridurre in modo cautelare l’esposizione al rischio, nonché misurare l’efficacia del sistema nel garantire le prestazioni ambientali attese.

Gli indicatori devono consentire non solo il controllo nel continuo dei parametri fisici di consumo delle risorse, ma devono permettere anche una misurazione dello stato di conformità del sistema rispetto agli obiettivi prestabiliti ed una valutazione in termini di performance dei protocolli cautelari previsti dal modello organizzativo 231 quali strumenti di prevenzione e barriera predisposti dall’organizzazione a tutela della propria responsabilità[11].

L’utilizzo di indicatori diventa indispensabile anche ai fini dell’adeguamento per le grandi aziende a quanto previsto dalla citata direttiva 2014/95/Ue che richiede non solo la pubblicizzazione dei risultati raggiunti per gli ambiti socio ambientali ma anche la rendicontazione degli indicatori fondamentali di performance di carattere finanziario utilizzati per tali misurazioni. 

Purtroppo, ad oggi la normativa ISO non specifica nulla in merito alle tipologia di grandezze da utilizzare a tale fine ed anche il riferimento ai parametri utilizzati dagli enti pubblici di controllo potrebbe rappresentare una strada poco praticabile per le aziende che operano sull’intero territorio nazionale ed estero, basti pensare alle difformità delle prassi operative che si possono incontrare in una ASL lombarda rispetto ad una ASL calabrese.

Pertanto, sarebbe utile svolgere un’attività di analisi volta alla definizione di linee guida uniformi che consentano alle organizzazioni di avere un riferimento nella scelta e nell’utilizzo di corretti indicatori di monitoraggio.

Fra gli indicatori di prestazione, ovviamente da sviluppare, potremmo prevedere i seguenti:

  • indicatori di impegno: ossia indicatori finalizzati alla misurazione dello sforzo profuso dall’azienda e dei vertici aziendali nel miglioramento del sistema ambientale (esempio: numero di soggetti coinvolti nella revisione del SGA, iniziative di formazione specifica e di aggiornamento finalizzate alla revisione del SGA, numero di consulenze esterne);
  • indicatori di controllo: capacità del SGA o delle procedure aziendali di fornire al management indicazioni tempestive (ex ante secondo una logica risk based) finalizzate a prevenire incidenti o a facilitare la gestione dell’emergenza (esempio: numero di controlli effettuati sul processo produttivo, numero di difformità rispetto ai requisiti previsti delle forniture, numero di segnalazioni dei dipendenti/ whistleblower, numero di difformità rispetto ad indicatori sentinella di flussi, livelli ed altri valori di riferimento);
  • indicatori di reattività: finalizzati ad evidenziare la capacità del sistema di controllo aziendale e/o procedure aziendali interne di rispondere tempestivamente agli stimoli positivi e negativi forniti dal sistema (esempio: numero di interventi risolutivi di situazioni di non conformità, numero di azioni intraprese in seguito a comunicazioni  di reclamo/numero di comunicazioni di reclamo, tempistica di risoluzione degli eventi di non conformità);
  • indicatori economici: tesi a misurare la capacità del sistema di generare costi o benefici in relazioni agli obiettivi stabiliti in termini di investimenti, risparmi di costi, passività (esempio: spese ed investimenti aziendali per la gestione ambientale inseriti a budget, spese delle azioni connesse al piano di disaster recovery, costi connessi alla gestione del piano di comunicazione ambientale con l’esterno rispetto al totale delle spese istituzionali);
  • indicatori di consenso: tesi a fornire un riscontro in merito al consenso presente nel contesto di operatività dell’impresa (numero di reclami, indagini di clima interno, condivisione e supporto da parte dei dipendenti della politica dell’impresa).

All’interno del sistema degli indicatori sarà importante costruire un modello di gap analysis al fine di analizzare gli scostamenti del rapporto fra il numero di non conformità segnalate dall’interno ed il numero di non conformità segnalate dal verificatore/consulente esterno[12].

Tanto maggiore sarà questa rapporto tanto più il sistema sarà in grado di rispondere alla necessità di individuazione tempestiva delle non conformità e di consentire la verifica costante del rispetto delle norme.

La presenza di non conformità deve essere vissuta in modo positivo dal sistema secondo una logica del miglioramento continuo e la loro rilevazione non deve avvenire solo in sede di audit periodico ma deve incardinarsi nella routine quotidiana dell’azienda.

La proposta di progetto

La proposta avanzata si sostanzia nella creazione di una guida operativa finalizzata all’identificazione di principi generali di comportamento da introdurre nel modello organizzativo 231 al fine di ridurre la probabilità che all’interno di un organizzazione si manifestino fenomeni in grado aumentare l’esposizione al rischio di commettere reati in materia ambientale e di subirne le relative sanzioni.

Contestualmente, si propone di attivare un gruppo di lavoro finalizzato all’individuazione di principi guida che agevolino le imprese all’utilizzo di indicatori appropriati finalizzati alla misurazione del loro status di conformità rispetto alle istanze esterne, interne ed alle compliance obligations.

 

Autore: Dott.ssa Lisa Perazzolo

 

Note bibliografiche

Assolombarda (2015), ISO 14001:2015 I Sistemi di Gestione Ambientale a un punto di svolta; le novità della norma e le linee guida per l’applicazione dei nuovi requisiti, Aprile 2015.

Assolombarda (2013), Il Sistema di Gestione Ambientale ISO 14001 ed EMAS nella prevenzione dei reati ambientali ex d. Lgs n. 231/2001, Maggio 2013.

Iraldo F., Melis M.(2015) in Ambiente e Sicurezza n.19/2015, ISO 14001:2015 Sistemi di gestione ambientale finalmente ad un punto di svolta, New Business Media editore, Ottobre 2015.

Iraldo F., (2015) in atti del convegno I nuovi Ecoreati e la gestione del rischio aziendale: come cambia la prospettiva a seguito dell’introduzione della L.68/2015, Milano 28 settembre 2015, I nuovi modelli di gestione del rischio ambientale.

Merlin A., (2015), in atti del convegno I nuovi Ecoreati e la gestione del rischio aziendale: come cambia la prospettiva a seguito dell’introduzione della L.68/2015, Milano 28 settembre 2015, La disciplina dei nuovi delitti ambientali: riflessioni per le imprese.

Tonellotto M., (2015), in atti del convegno I nuovi Ecoreati e la gestione del rischio aziendale: come cambia la prospettiva a seguito dell’introduzione della L.68/2015, Milano 28 settembre 2015, La gestione del ripristino e della bonifica alla luce delle nuove disposizioni contenute nel titolo VI bis del libro secondo del codice penale.

De Luca R., De Vivo A., (2015) Legge Ecoreati e Responsabilità degli enti: novità e conseguenze applicative, Fondazione Nazionale Commercialisti, Comunicato Stampa 25 maggio 2015.

Workshop - seminario formativo su “La nuova disciplina degli ecoreati: verso una nuova responsabilità sociale dell’impresa” Camera di Commercio di Siracusa, 3 luglio 2015.

Solimene L. (2015), Essere sostenibili fa la differenza, in Internal Audit, Anno XII, n.85 Aprile- Giugno 2015.

Levrau, A., Van den Berghe, (2007) L.A.A.,. Identifying key determinants of effective Board of Directors.,Vlerick Leuven Gent Working Paper Series, 447.


[1] Art. 9  Sanzioni amministrative

1. Le sanzioni per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato sono:

a) la sanzione pecuniaria;

b) le sanzioni interdittive;

c) la confisca;

d) la pubblicazione della sentenza.

2. Le sanzioni interdittive sono:

a) l'interdizione dall'esercizio dell’attività;

b) la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell'illecito;

c) il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio;

d) l'esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l'eventuale revoca di quelli già concessi;

e) il divieto di pubblicizzare beni o servizi.

[2] Art.  452-octies Circostanze aggravanti

Quando lassociazione di cui all’art. 416 c.p. è diretta, in via esclusiva o concorrente, allo scopo di commettere taluno dei delitti previsti dal presente titolo, le pene previste dal medesimo art. sono aumentate.

Quando lassociazione di cui all’art. 416-bis è finalizzata a commettere taluno dei delitti previsti dal presente Titolo ovvero all’acquisizione della gestione o comunque del controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti o di servizi pubblici in materia ambientale, le pene previste dal medesimo art. 416-bis sono aumentate.

Le pene di cui ai commi primo e secondo sono aumentate da un terzo alla metà se dell’associazione fanno parte pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio che esercitano funzioni o svolgono servizi in materia ambientale.

[3] Art. 416. - Associazione per delinquere.

“Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano lassociazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni.” Per il solo fatto di partecipare all’associazione, la pena è la reclusione da uno a cinque anni. I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori. […]

Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie si applica la reclusione da cinque a quindici anni.

La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più.

[4] Art.  25-Undecies Reati ambientali

1. In relazione alla commissione dei reati previsti dal codice penale, si applicano all'ente le seguenti sanzioni pecuniarie:

1.per la violazione dell'art.  452-bis, la sanzione pecuniaria da duecentocinquanta a seicento quote;

2.per la violazione dell'art.  452-quater, la sanzione pecuniaria da quattrocento a ottocento quote;

3.per la violazione dell'art.  452-quinquies, la sanzione pecuniaria da duecento a cinquecento quote;

4.per i delitti associativi aggravati ai sensi dell'art.  452-octies, la sanzione pecuniaria da trecento a mille quote;

5.per il delitto di traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività ai sensi dell'art. 452-sexies, la sanzione pecuniaria da duecentocinquanta a seicento quote;

6.per la violazione dell'art.  727-bis, la sanzione pecuniaria fino a duecentocinquanta quote;

7.per la violazione dell'art.  733-bis, la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote.

[5]Iraldo F., Melis M.(2015) in Ambiente e Sicurezza n.19/2015, ISO 14001:2015 Sistemi di gestione ambientale finalmente ad un punto di svolta, New Business Media editore, Ottobre 2015, pag.78.

[6]De Luca R., De Vivo A., (2015) Legge Ecoreati e Responsabilità degli enti: novità e conseguenze applicative, Fondazione Nazionale Commercialisti, Comunicato Stampa 25 maggio 2015, pp. 4-5.

[7] Le imprese influenzate da questa normativa sono le organizzazioni che soddisfano due requisiti: essere imprese di grandi dimensioni (minimo 500 dipendenti) e rappresentare enti di interesse pubblico (ossia imprese a capitale pubblico e imprese quotate). L’obbligo di pubblicazione dell’informativa di carattere finanziario sarà attiva per questo tipo di imprese già a partire dall’esercizio avente inizio il 1 gennaio 2016.

[8] La board diversity si riferisce al grado di eterogeneità all’interno del consiglio per alcune caratteristiche informative o demografiche quali conoscenze, capacità e competenze. Avere amministratori con diversi background nell’educazione o nell’esperienza professionale è un fattore importante per un board, per diversificare le proprie risorse disponibili e rispondere in modo efficace alle dinamiche dell’ambiente competitivo.

[9] Solimene L. (2015), Essere sostenibili fa la differenza, in Internal Audit, Anno XII, n.85 Aprile- Giugno 2015, pp.45-46.

[10] Iraldo F., Melis M.(2015) in Ambiente e Sicurezza n.19/2015, ISO 14001:2015 Sistemi di gestione ambientale finalmente ad un punto di svolta, New Business Media editore, Ottobre 2015, pag.81.

[11] Assolombarda (2015), ISO 14001:2015 I Sistemi di Gestione Ambientale a un punto di svolta; le novità della norma e le linee guida per l’applicazione dei nuovi requisiti, Aprile 2015, pp 107-108.

[12] Assolombarda (2015), ISO 14001:2015 I Sistemi di Gestione Ambientale a un punto di svolta; le novità della norma e le linee guida per l’applicazione dei nuovi requisiti, Aprile 2015, pag.114.

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