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Sentenza Cassazione Penale, sez. IV pen., 4/05/2012, n. 16890

Segnaliamo la seguente sentenza della Corte di Cassazione


Il caso

Tizio, in qualità di amministratore della Ditta s.p.a. veniva tratto a giudizio dinanzi al Tribunale di Cremona per rispondere del reato di omicidio colposo - aggravato dalla violazione della normativa antinfortunistica - in danno di Caio, con colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia, violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro (articoli 4, comma 2 lett. b), 35, comma 5, e 38 Decreto Legislativo 626/94; 298 D.P.R. 547/55).

La Procura della Repubblica contestava, in particolare, a Tizio non aver predisposto né una procedura operativa di sicurezza per interventi sull'armadio elettrico di comando, né di aver segregato con chiave le parti ad alta tensione, né di aver individuato personale specializzato addetto agli interventi sulla predetta macchina e, dunque, di aver consentito che Caio, senza peraltro aver ricevuto un'adeguata formazione, effettuasse la verifica del fusibile di sicurezza posto nell'armadio elettrico di comando laser.

La vicenda processuale

Il Tribunale di Cremona, con sentenza del 13.10.2008, assolveva Tizio, perché a detta del Giudice era dubbio che la morte dell’operaio fosse dovuta all’alta tensione e poiché la condotta del lavoratore doveva essere considerata del tutto abnorme, poiché in quella Società vi era l'obbligo per gli operai di astenersi dall'accesso alle parti elettriche e, nel caso di necessità di interventi tecnici relativi all'impianto elettrico, la Società aveva previsto l’intervento di un tecnico, a disposizione.

Avverso detta sentenza proponeva gravame il Procuratore Generale della Corte d'Appello di Brescia e detta Corte, condividendo le argomentazioni poste dall'appellante a sostegno dell'impugnazione, ribaltava il verdetto del primo giudice condannando Caio.

Tizio ricorre per Cassazione, che confermava la sentenza della Corte d’Appello.

Secondo la Suprema Corte di Cassazione la Corte d’Appello aveva adeguatamente motivato sul fatto che l’operaio fosse senz’altro morto per folgorazione e che l’Amministratore non avesse:

1) fornito rigorose disposizioni scritte circa il divieto per gli operai di accedere al quadro dell'alta tensione;

2) adottato le dovute cautele - previste per legge - per segregare adeguatamente tale quadro onde impedire comunque qualsiasi contatto degli operai con il quadro stesso. 

L’infortunio, secondo la Corte, non si sarebbe infatti verificato, al di là di ogni ragionevole dubbio:

a) nel caso di osservanza dell'obbligo di rendere inaccessibile ai dipendenti il quadro dell'alta tensione, mediante la dotazione di chiavi per l'apertura non nella disponibilità dei lavoratori (mancava dispositivo di segregazione del quadro dell'alta tensione della tagliatrice);

b) se l’Amministratore avesse impartito il divieto di accedere al quadro per scritto, mentre in realtà era stato dato solo verbalmente e, dunque, in maniera non poi così cogente, al punto da essere disatteso quando le esigenze di ripristinare la macchina non consentivano di attendere l'elettricista. 

Secondo la Corte è, per di più, nota e pacifica la giurisprudenza di questa Corte secondo cui la eventuale imprudenza del lavoratore non elide il nesso di causalità allorché l'incidente si verifichi a causa del lavoro svolto e per l'inadeguatezza delle misure di prevenzione.

Seppur la Procura della Repubblica non abbia contestato alla S.p.A. la violazione dell’art. 25 septies D.lgs 231/01 (omicidio colposo e lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza del lavoro), la sentenza in commento offre spunti di riflessione per le Società sulle possibili conseguenze che omissioni così come sopra descritte potrebbero provocare (sanzione sino a 1000 quote, nonché applicazione di una sanzione interdittiva – a) sospensione o revoca autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito, b) divieto di contrarre con la PA, c) esclusione da agevolazioni, finanziamenti ecc d) divieto di pubblicizzare beni o servizi - poiché, nel caso di specie, l’Ente era già incorso nel reato contestato) e sulla necessità degli Enti di fornirsi a propria tutela di adeguati protocolli trasposti in Modelli di Organizzazione Gestione e Controllo.

Andrea de Vincentis

Avvocato in Milano - Membro ODV 231

Maggio 2013

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